La lezione britannica del lending

Ecco come si è evoluto il mercato (più maturo) del Regno Unito e cosa possiamo imparare per il futuro di quello italiano

 

A fine 2015, quando nell’Europa continentale il fenomeno era appena in embrione, il P2P lending britannico aveva già mosso 1,490 miliardi di sterline. Un valore che è simile a quello italiano di 14 anni dopo, oggi.

 

Nel 2018, invece, il mercato britannico ha superato i 6 miliardi di sterline e si avvia a chiudere quest’anno a 7,3 miliardi, con una crescita di oltre il 40%.

Non solo per una questione di volumi, ma anche perché ha fatto da apripista al settore (e per una serie di singolari affinità rispetto all’Italia), la storia di come è nato e si è evoluto il lending del Regno Unito può essere un caso di scuola per immaginare la traiettoria futura di quello italiano.

Vediamo perché, partendo proprio dai volumi. I dati sono di Brismo: dei 7,3 miliardi con cui il mercato britannico chiuderà il 2019, circa due pertengono al credito al consumo, ovvero un quarto del totale. Dei 1.856 milioni di euro erogati in Italia da inception secondo P2P Lending Italia, i prestiti al consumo presidiano un sesto (281,8 milioni). Per dirla in un altro modo, in Italia, come nel Regno Unito, la quota maggioritaria del lending è dedicata alle imprese. Nel resto d’Europa, escluso il Regno Unito, le proporzioni sono invece ribaltate: sempre secondo Brismo https://brismo.com/2019-eu-origination-projections/ il 2019 si chiuderà a 4,9 miliardi, in un mercato dove “il consumer lending rappresenta la fetta più rilevante del settore nel complesso” con un valore stimato di oltre 3,7 miliardi di euro.

Possiamo presumere che questa somiglianza dell’Italia con il Regno Unito sia dovuta al fatto che in entrambi i Paesi il credit crunch per le imprese sia stato più feroce e, dunque, siano state le PMI le prime a rivolgersi massicciamente al FinTech come forma di credito alternativo.

Ma veniamo ai trend: se tra il 2013 e il 2015 i volumi del mercato britannico si sono quadruplicati, nel 2018 il tasso di crescita è stato del 20% e quello del 2019 è stimato andare non oltre il 40%. Tanto che la sua quota di mercato in Europa è passata dal 73% nel 2016 al 68% nel 2017, secondo l’ultimo report del Cambridge Centre for Alternative Finance (CCAF) “ Shifting Paradigms, the 4th European Alternative Finance Benchmarking Reporthttps://www.jbs.cam.ac.uk/faculty-research/centres/alternative-finance/publications/shifting-paradigms/#.XVOtFy1aaRs.

 

Un secondo elemento è che il mercato britannico negli anni in cui nasceva quello italiano si è evoluto in diversità con il lancio di nuovi prodotti (il lending immobiliare, solo per fare un esempio, è un settore consolidato che vale un sesto del mercato globale e che in Italia, di fatto, non esiste) e in complessità, ricevendo riconoscimenti anche da parte delle istituzioni. Un esempio su tutti è il referral scheme, valido da inizio 2017, che prevede che ogni richiesta di finanziamento non gestita dalla banca debba essere segnalata alle piattaforme che possono offrire un servizio alternativo. La collaborazione con banche e altri operatori finanziari è un fenomeno che, per quanto in Italia sia ancora allo stadio embrionale, dovrà manifestarsi in tutta la sua importanza. Entrambi i trend sono stati sistematizzati per il mercato italiano da un recente report di PwC dal titolo “Specialty Finance – Challengers Banks in Italy”, che sostiene che a ridefinire il panorama del lending domestico siano le challengers banks, le banche che operano in segmenti specializzati del credito con modelli distributivi basati su canali alternativi. E che, poiché “la crescita e la trasformazione organica rischia di essere troppo lenta rispetto ai cambiamenti in corso, è tempo di accelerare le business combinations tra banche, società finanziarie specializzate e FinTech”.

Il terzo tema è quello degli istituzionali. Se negli ultimi tre anni mentre la finanza alternativa diventava mainstream, si mostrava un generale aumento di interesse (che dava anche un boost in termini di volume) nel 2017, sempre secondo il report del Cambridge Centre for Alternative Finance (CCAF), da essi è originato il 13% del mercato. Con un calo significativo anno su anno: nel 2016, infatti, il consumer lending promanava per il 45% da istituzionali (oggi solo il 12%); il P2P dedicato alle PMI è passato dal 29% al 24% mentre la partecipazione degli istituzionali all’invoice trading è calata dal 63% al 46%.

La lettura di questi numeri suggerisce che, mentre si assiste a una crescita generale del mercato, al suo interno sono cambiati i pesi: a fronte di un ridimensionamento della partecipazione da parte degli investitori istituzionali è aumentato l’interesse da parte dei privati che vedono nel P2P una interessante opportunità di investimento.

Pubblicato in Aggiornamenti


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